8. Le interviste
Ricordo dell’Avvocato Domenico Palmas
Ho conosciuto il dott. Giovanni Selis nel 1975 all’inizio della pratica forense e negli anni successivi ho avuto occasione di trattare diverse cause davanti a lui, Pretore presso la Pretura di Aosta.
La Pretura era un ufficio giudiziario, ora soppresso, davanti al quale venivano trattate in prima istanza cause civili e penali di minor valore, ma non di minore importanza per la società e per i cittadini, rispetto a quelle trattate davanti al Tribunale. Ad esempio, per quanto riguarda in particolare il settore penale venivano trattate, oltre a diversi altri reati, le contravvenzioni in materia edilizia e ambientale e quelle in materia di sicurezza sul lavoro.
Sotto il vigore del codice di procedura penale all’epoca vigente, il Pretore aveva la peculiarità di sommare in sé sia la funzione requirente e quindi di dirigere le indagini e di esercitare l’azione penale, sia la funzione giudicante. Presso la Pretura di Aosta, negli anni a cui mi riferisco, erano presenti tre magistrati, cosa che consentiva, normalmente, una divisione dei compiti: un magistrato si occupava prevalentemente degli affari civili, il Pretore dirigente dei giudizi penali e il dott. Selis delle indagini penali e dell’esercizio dell’azione penale; questa suddivisione permetteva la separazione tra la funzione requirente e la funzione giudicante. Si trattava, tuttavia, di misure organizzative interne che non sempre potevano essere rispettate per i più svariati motivi. È così accaduto che il dott. Selis svolgesse le funzioni di giudice in processi nei quali aveva svolto le indagini e disposto il rinvio a giudizio. Posizione evidentemente assai delicata, perché la stessa persona che aveva ritenuto di avere acquisito prove sufficienti per rinviare a giudizio l’imputato, doveva anche giudicarlo e quindi valutare il proprio precedente lavoro e se quelle prove erano sufficienti per la condanna; posizione che richiedeva grande onestà intellettuale. Il dott. Selis più di una volta all’esito del dibattimento, non solo in seguito all’acquisizione di fatti o prove nuove, ma talvolta anche solo per le argomentazioni della difesa dell’imputato, ha pronunciato sentenza di assoluzione, modificando l’iniziale giudizio. Egli aveva sicuramente quell’onestà intellettuale che la sua funzione richiedeva e che è dote indispensabile in ogni buon magistrato.
Nell’esercizio delle sue funzioni particolare attenzione veniva posta del perseguimento dei reati connessi all’attività edilizia e di quelli volti alla tutela dell’ambiente. Non si tratta di reati necessariamente legati alla grande criminalità organizzata, ma di reati, per lo più contravvenzioni, commessi il più delle volte da comuni cittadini, “persone per bene”, diffusi in contesti economici e sociali nei quali sovente vengono giustificati (“la costruzione non è regolare, non ha il permesso edilizio, ma serve per dare un’abitazione, ma le seconde case portano i turisti” oppure “la fabbrica inquina, ma dà lavoro”). Ora, in genere, siamo più consapevoli di quanto non si fosse negli anni ‘70 e ‘80 del secolo scorso, della necessità della tutela del territorio e dell’ambiente; questa consapevolezza è stata acquisita anche grazie all’azione di magistrati come il dott. Selis che hanno promosso azioni penali a tutela del territorio e dell’ambiente. L’azione del dott. Selis talvolta poteva fare scandalo, ma quello scandalo, la notizia di quei processi sui giornali, ha avuto il merito di richiamare la generalità dei cittadini al rispetto della legalità, la cui diffusione costituisce il primo baluardo contro la criminalità organizzata.
Anche se esercitava le sue funzioni prevalentemente nel settore penale, il dott. Selis si occupava anche di cause civili. Il suo amore per la Valle la d’Aosta e per la sua gente di montagna emergeva durante i sopralluoghi effettuati in occasione di alcune cause civili, quando preferiva andare sul posto, in qualche valle laterale, a vedere lo stato dei luoghi anziché mandare un tecnico. Nel modo in cui si rapportava alle parti e ai testimoni, a prescindere da quella che sarebbe stata la decisione, vi era una sincera simpatia e umanità, che penso nascesse dalla comprensione della vita in montagna.
16 settembre 2021
Ricordo di Dora Contrasto, ex dattilografa della Pretura di Aosta
Ho conosciuto il dottor Selis nel palazzo di giustizia di Aosta nei primi anni 80, dove ho lavorato come dattilografa in Pretura e quindi con lui. Il dottor Selis era una persone gentile e sempre pronta all’ascolto. Io battevo a macchina tutti i suoi scritti, ma al principio avevo grandi a comprendere la sua complicata scrittura e quindi chiedevo il suo aiuto e con grande disponibilità lui mi spiegava il testo.
Il mio ricordo di Selis è molto vivo. Un uomo di grande personalità con una voce viva e possente, in Tribunale lo si sentiva arrivare.
È stato uno shock per me ricevere la notizia del suicidio. Ancora oggi, quando ci ripenso, non credo sia potuto accadere. Non l’ho mai pensato capace di un gesto simile e ho ancora forti dubbi in proposito.
Ricordo dell’Avvocato Daniele Parini
Non aspettatevi da me un ricordo di Giovanni Selis uomo impegnato socialmente al di fuori del proprio lavoro perché la nostra amicizia nacque e continuò anche con altri amici per il comune amore per la montagna.
Tutto iniziò nel 1974, quando, avendo saputo che mia moglie ed io praticavamo lo sci con altri amici, chiese di poter effettuare con noi delle gite, avendo praticato anche lui, nel passato, questo sport. La prima gita fu la salita al Grand Serz, nel gruppo del Gran Paradiso. Era presente anche l’avvocato Fernando Quagliolo che, da sci-alpinista di lunga esperienza e di antica data, aveva portato con sé una bottiglia di buon vino da aprire in vetta per festeggiare la salita. Lui era, all’epoca, un po’ sovrappeso e poco allenato per cui faticò molto a salire e quando fu il momento di brindare, essendo accaldato, anziché assaggiare solamente il vino, ne fece più assaggi e ciò gli tagliò le gambe, rendendogli la discesa più faticosa ancora della salita. Essa si trasformò infatti in una ritirata di Russia, con mia moglie ed io una davanti e l’altro dietro, continuando a dirgli: “dottor Selis faccia questo, signor Pretore faccia quest’altro”. La cosa era piuttosto comica, poiché in montagna il tu è d’obbligo ed il silenzio sulle qualifiche personali ancora di più. Fu quindi lui stesso che, rendendosi conto di ciò, ci invitò a darci del tu e a chiamarlo Giovanni. Perciò gli inviti si trasformarono in “Giovanni fai questo Giovanni fai quello”.
Dopo tale gita ne seguirono altre, con cadenza quasi settimanale e le condizioni di forma di Giovanni migliorarono a tale punto che non solo non vi furono più ritirate di Russia, ma sovente era lui a condurre in testa l’escursione. Tale miglioramento era dovuto alla determinazione con cui Giovanni affrontava la vita, sia professionale che di tutti i giorni: ma tanto come magistrato era serio e riservato, tanto come uomo era estroverso, sempre pronto all’allegria, allo scherzo, ed a essere anche “scherzato”.
Ricordo che in una gita in Svizzera aveva partecipato un amico scapolo ed ammiratore del gentil sesso per cui, partecipando all’evento, che si svolgeva in due giorni, anche delle ragazze (che Giovanni chiamava le svizzerotte), il nostro amico faceva di tutto per poterle abbordare. Approfittando di ciò si decise di fargli uno scherzo basato sul fatto che la camerata dove si dormiva si trovava nel sottotetto e tra le cuccette ed il soffitto non vi era spazio sufficiente per poter stare seduti normalmente: si decise quindi che, ad un certo punto della notte qualcuno gridasse “Ehi, guarda che bel pezzo di svizzerotta” per vedere la reazione dell’amico e Giovanni, quale persona più autorevole del gruppo, si assunse il relativo compito che diede effetti ancor più divertenti del previsto, poiché l’amico, dimenticandosi del poco spazio che vi era sopra la testa, si alzò di scatto, prendendo quella che si chiama “una gran craniata” contro il soffitto, e soprattutto attirandosi la presa in giro di tutta la compagnia.
In altra occasione, durante una gita primaverile al Mont Fourchon, al confine con la Svizzera, Giovanni si era calato in testa un berretto rosso che stingeva per cui con il sudore della fronte gli scendevano nella barba delle gocce di un vago color sangue. Arrivati in cima egli notò che una “svizzerotta” aveva con sé una bottiglia di Wuillermine, grappa di pere che è specialità di Martigny e volle a tutti i costi assaggiarla, per cui, affermando di aver sudato sangue per arrivare in vetta e di avere quindi bisogno di un corroborante per riprendersi, tanto fece che la ragazza cedette alla sua richiesta e gli consentì di gustarne un abbondante sorso, cosa sorprendente perché tale grappa in Svizzera viene servita praticamente a gocce.
Buffi erano anche i suoi bisticci con Papik, il mio cane lupo, che ci accompagnava in tutte le gite: anche a lui erano distribuite porzioni delle salsicce che un amico del gruppo produceva e, vuoi per l’appetito dovuto allo sforzo fisico della salita, vuoi perché in effetti erano ottime, Giovanni lamentava questa attribuzione che voleva essere destinata a sé stesso, affermando che Papik poteva accontentarsi di cibi meno pregiati. Però, quando nel corso di una traversata del Ruitor da Bonne a Planaval fummo sorpresi nella discesa da una nebbia che permetteva di vedere solo poco più avanti della punta degli sci, Papik si mise in testa e quasi fiutando il percorso, ci portò sino all’arrivo, Giovanni non solo non lamentò la distribuzione delle salsicce, ma gli fece anche assaggiare dei biscotti (mostaccelli) che la mamma gli mandava da Genova e dei quali era gelosissimo.
Sempre, come ho detto, era amante della compagnia, del buon cibo e del buon vino. Un fine settimana per il quale si era deciso di fare una gita piuttosto lunga ed impegnativa (dal lago di Place Moulin al Col de l’Eveque per poi dormire alla Cabane de Vignettes e salire alla Pigne d’Arolla) e quindi bisognava partire da Aosta ad ora antelucana, lui aveva ricevuto da altri amici un invito a cena per la sera prima per assaggiare anche una grappa speciale che uno di essi produceva. Malgrado l’impegno sportivo non rinunciò alla cena e si presentò alla partenza al mattino senza praticamente avere dormito. Ed infatti per lui la salita fu, a dir poco, penosa e rimase distanziato per cui un gruppo di amici proseguì per prenotare i posti al rifugio, mentre mia moglie ed io lo aspettavamo in cima al colle e quando comparve sembrava l’apparizione dei film di Fantozzi con la nuvola, in questo caso di evaporazione di grappa, che lo seguiva: ma anche in questo caso, con un sorriso e la confessione di aver esagerato alla cena della sera prima.
Ma, come ho detto, era anche disponibile ad accettare lo scherzo senza aversela a male ed in effetti una volta, approfittando del fatto che egli si vantava di essere un grande intenditore di vini e specialista nell’imbottigliarli e curarli, gli consegnammo una damigianetta riempita di un’orribile picchetta che produceva un amico del gruppo, dicendogli che si trattava invece di un pregiato e piuttosto raro vino del Garda (Chiaretto di Moniga), vino però delicato e che andava trattato con mille attenzioni. Al che lui rispose che sapeva bene cosa fare, per cui la cosa al momento finì lì. Passata qualche settimana, cominciammo a chiedergli notizia del vino e la risposta fu sempre la stessa, sino a che, approfittando di un fine settimana di brutto tempo e quindi senza gita, lui si mise all’opera ed imbottigliò quello che riteneva essere il chiaretto che però, assaggiato, risultò acido e quasi imbevibile: il che lo portò quasi alla disperazione, oltre a procurargli un bel mal di stomaco per i numerosi assaggi che ne aveva fatto, nella speranza che la prima sensazione fosse stata sbagliata. E quando gli rivelammo la verità, naturalmente con le dovute prese in giro, si fece una bella risata e ci offrì un bicchiere di buon vino, di quello che andava a prendere personalmente nelle Langhe.
Dimostrò questa sua autoironia anche in occasione della bomba, quando, saputo dell’evento, ma anche fortunatamente delle conseguenze fisiche non gravi – un amico del gruppo confezionò una bomba a mano di marzapane da consegnargli per felicitarlo dello scampato pericolo. Ebbene lui accettò e la assaggiò senza mandarci a quel paese, come avremmo meritato.
E per quanto riguarda l’attentato, penso che avesse previsto la possibilità di qualcosa del genere, perché da qualche tempo aveva iniziato a portare con sé una pistola e ricordo anzi che, in occasione di un giro in bicicletta verso Valpelline, quando gli scoppiò il tubolare posteriore provocando un rumore simile ad uno sparo, lui saltò letteralmente giù dalla bici e si addossò contro il muro a monte della strada e, alla mia domanda del perché di tale comportamento, mi rispose solo che a volte le indagini potevano andare a disturbare gli interessi di persone pericolose.
Con il tempo era diventato in un certo senso l’animatore del gruppo ed anche, quando, dopo che si era trasferito a Roma, veniva ad Aosta per fare qualche uscita insieme, era grande festa ed anche quelli che avevano impegni, li disdicevano per essere con lui. Però l’evento della bomba aveva purtroppo prodotto delle conseguenze, perché la sua allegria era meno genuina, più forzata e di questo noi amici non ci accorgemmo più di tanto, attribuendolo ad un malessere passeggero, per cui non demmo alla cosa l’importanza che viceversa aveva e neppure quella forma di aiuto che forse avrebbero potuto consentirgli di superare il brutto momento: e di ciò tutti noi abbiamo ancora il rimpianto.
13 dicembre 2022