5. Tracce di mafia in Valle d'Aosta
5. Tracce di mafia in Valle d’Aosta
La migrazione calabrese e la ‘ndrangheta
Quando si parla di mafia in Valle d’Aosta, si parla soprattutto di ‘ndrangheta. Il suo insediamento sul territorio si inserisce in un contesto di espansione mafiosa più ampio, che negli anni Settanta coinvolge tutto il Nord Italia. Sul territorio valdostano la mancanza di inchieste e sentenze giudiziarie non permette di stabilire a quando risalga la presenza di una struttura organizzata forte, ma è comunque possibile evidenziare alcuni fattori di espansione.
Il fenomeno migratorio è una delle cause principali. A partire dagli anni Sessanta, infatti, aumenta il flusso di immigrati, in particolare calabresi, mossi dalla possibilità di trovare lavoro in una regione a forte rilancio economico, che vanno a inserirsi prevalentemente nel settore edile e della ristorazione. Insieme a loro si spostano interi gruppi familiari provenienti principalmente da Reggio Calabria (soprattutto dal comune di San Giorgio Morgeto). Si vengono così a creare una serie di comunità ad Aosta, Saint-Vincent, Verrès, Plan Felinaz di Charvensod, Sarre e Pollein.
Insieme ai lavoratori onesti emigrano però anche i criminali. Già sul finire degli anni Cinquanta, ad esempio, la famiglia Nirta risulta una delle più influenti non solo a San Luca (RC) ma anche in Valle d’Aosta, dove dagli anni Settanta è presente anche la famiglia Facchineri di Cittanova (RC), qui giunta a seguito di faide contro clan rivali.
Aumentano i reati a matrice criminale
A testimoniare un’iniziale presenza criminale sono alcuni reati cosiddetti “spia”, perché le loro modalità e i settori colpiti rimandano alla criminalità organizzata. Diventano frequenti episodi di furto e di truffa compiuti da giovani provenienti in gran parte da San Giorgio Morgeto, che lavorano nel mondo dell’industria e delle costruzioni. Quasi tutti sono in possesso illegale di armi da fuoco. Frequenti sono le scoperte di veri e propri arsenali di armi ed esplosivi da parte delle forze dell’ordine, tanto che nel 1983 i giornali ipotizzano che la Valle d’Aosta sia divenuta crocevia per lo smistamento di armi legato alla malavita calabrese.
Dal 1977 si registrano diverse azioni criminose compiute proprio nel centro di Aosta. Nella notte tra il 4 e il 5 agosto nei pressi dell’impresa Valdostana Recuperi Demolizioni, in via Losanna, scoppia un incendio ritenuto doloso per il ritrovamento di una tanica di benzina e di fiammiferi. L’8 agosto in via Lostan viene colpita una bottiglieria, il 9 agosto un negozio di abbigliamenti in via Gramsci e il 10 agosto un distributore “Esso” in Viale Partigiani.
Girano anche lettere minatorie con contenuto di estorsione e le Forze dell’Ordine riescono a effettuare alcuni arresti, ma a volte gli autori restano ignoti. Nell’agosto 1981 a Charvensod un incendio colpisce un autocarro in una cava per l’estrazione di ghiaia; nel settembre viene incendiato il portone dell’abitazione di un imprenditore di Pollein. Il colpevole, un giovane calabrese già noto alle autorità, Annunziato Fazari, viene colto sul fatto. Ignoti restano invece i criminali che nell’ottobre 1982 fanno esplode un ordigno presso la discoteca Chaumière a Signayes (AO).
Il mercato ortofrutticolo uccide
Vari sono gli atti di violenza e gli omicidi collegabili alla criminalità calabrese per il controllo del mercato ortofrutticolo. Nel 1978 si scatena uno scontro a fuoco durante un tentativo di rapina ai danni di Francesco Muscianesi, un commerciante di frutta e verdura residente ad Aosta ma nato in Calabria. Gli autori restano ignoti. Nel ‘79 il titolare di un negozio di jeans nella via centrale di Aosta, Armando Pasquali, subisce un attentato mortale: la sua auto viene fatta saltare in aria in autostrada all’altezza di Montjovet. Tre mesi prima il commerciante si era già salvato dall’incendio della sua macchina, ma aveva attribuito il fatto a cause accidentali. L’anno successivo nell’anfiteatro di Aosta, cuore del centro storico, avviene l’omicidio di un altro commerciante di frutta e verdura, Domenico Raso, nato a San Giorgio Morgeto, barbaramente ucciso a coltellate con modalità mafiose. Le indagini individuano i responsabili in quattro giovani calabresi di San Giorgio Morgeto, successivamente prosciolti. Un ulteriore omicidio ai danni di un commerciante di frutta e verdura avviene in un bar “Enal” di Aosta nel 1981. La vittima è Francesco Manti, un pregiudicato di Montebello Jonico che viene colpito dal barista, originario di Bovalino. Il delitto porta all’arresto dei gestori del bar e di alcuni presenti per favoreggiamento e reticenza. Tra questi vi è Vincenzo Raso, figlio di Domenico, detto “Micu Zuccaro”, capostipite della famiglia Raso, già coinvolta in una serie di processi tra cui quello a carico del boss Luigi Facchineri. È da notare che Francesco Manti è il fratello di Antonino, arrestato nel 1983 per il ritrovamento di armi ed esplosivo in un capannone in via Paravera, ad Aosta.
Un “Lenzuolo” pieno di nomi
Viene denominata “Lenzuolo”, la prima inchiesta sulle infiltrazioni di ‘ndrangheta in Valle, effettuata nei primi anni 2000, da cui si ricavano importanti informazioni. Si tratta di testimonianze di collaboratori di giustizia che denunciano una presenza criminale già sul finire degli anni Settanta. Salvatore Caruso, affiliato alla cosca Asciutto-Neri-Grimaldi di Taurianova (RC), afferma di essere a conoscenza dal 1988 della presenza di una locale di ‘ndrangheta dedita alle estorsioni. Un altro collaboratore è Francesco Fonti, appartenente alla famiglia Romeo di San Luca (RC), che riferisce di aver saputo già nel 1971 dell’esistenza di una locale attiva ad Aosta, di cui è responsabile Santo Pansera. Aggiunge che da questa locale dipende la sottolocale di Ivrea, gestita dalla famiglia Forgione e che l’omicidio di Francesco Manti, nel 1981, sarebbe avvenuto per volere di Pansera per questioni relative al traffico di stupefacenti.
E oggi…
La capacità delle cosche di espandere i propri interessi e di infiltrarsi entro i confini regionali ha trovato un’ulteriore conferma con l’operazione Geenna, un’inchiesta della Dda torinese, condotta dai carabinieri del Ros e del reparto operativo di Aosta, che annovera tra le parti civili i comuni di Aosta e Saint-Pierre, la Regione Valle d’Aosta e l’associazione Libera contro le mafie. Il processo è ancora in corso e occorre rimanere in attesa delle sue conclusioni, ma ha già scosso la Valle e nel febbraio 2020 ha comportato lo scioglimento per mafia del Comune di Saint-Pierre, primo Ente a subire questo provvedimento in Valle d’Aosta. Nonostante ciò, non si è ancora fatta largo nella comunità la necessità di una presa di coscienza e nell’opinione pubblica persiste una certa sottovalutazione del fenomeno.
Corriere della Valle d’Aosta, 16 dicembre 1982
